
O il DNA o la vita!
Non ci sono più i ladri di una volta. Questa professione, vecchia come la storia del mondo, ha sempre coperto uno spettro molto vasto di “competenze”: si va dal cosiddetto “ladro di polli”, figura pittoresca e pasticciona, al ladro professionista che svaligia case e botteghe con la regolarità di un impiegato. Ci sono poi i ladri leggendari, tipo Lupin o Robin Hood e gli specializzati in rapine del secolo: fare il colpo della vita per poi appendere gli attrezzi del mestiere al chiodo.
Il progresso della tecnologia soprattutto in settori ad alto tasso di innovazione, come la genetica o le biotecnologie, ha alimentato un nuovo filone di professionisti del crimine, specializzato nel furto di materiali biologici: dal dna ai virus, fino ai batteri.

Ladri di informazioni genetiche
La possibilità di sequenziare il materiale genetico ha reso l’acido desossiribonucleico un bottino potenzialmente ambito non solo in chiave di ricerca biomedica, ma anche per possibili progetti industriali di interesse economico.

La diversità genetica è una ricchezza e, in quanto tale, fa gola a molti
Già dieci anni fa, solo per fare un esempio, la Commissione internazionale per l’esplorazione scientifica del Mediterraneo (CIESM) espresse, nel corso del suo convegno annuale, la preoccupazione per la ricchezza di batteri, virus e batteri morti presenti nell’acqua superficiale del mare. “Tutto materiale genetico – sottolineavano dal CIESM – che può far gola a progetti industriali, primo fra tutte le energie alternative visto che la superficie del mare è ricca di organismi fotosintetici. Da qui la preoccupazione degli esperti che ipotizzano un percorso verso un target economicamente vantaggioso”. Correva l’anno 2010 e da allora molte cose sono cambiate e gli studi in campo genetico hanno fatto passi da giganti, soprattutto nel campo della medicina, dove l’indirizzo generale va verso un paradigma di cura sempre più calibrato sul singolo paziente e, dunque, sulle sue caratteristiche peculiari, fotografata in maniera unica nel DNA.

Lo strano caso del furto di DNA dei centenari sardi
Da questo punto di vista ha destato molto scalpore quello che la rivista Vice ribattezzò come “Lo strano caso del furto di DNA dei centenari sardi”. Era il 2016 quando dai laboratori Genos di Perdasdefogu, in provincia di Nuoro sparirono 27mila provette donate alla ricerca per lo studio della longevità degli abitanti dell’Ogliastra, poi ritrovate dopo qualche giorno all’ospedale San Giovanni di Dio di Cagliari. Le indagini, aperte dalla procura di Lanusei, furono molto complesse e coinvolsero anche medici e amministratori sospettati, a vario titolo, di avere violato la legge sulla privacy sulla illecita trattazione di dati sensibili, ma anche di furto, peculato e falsità materiale commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici. Nel novembre scorso la procura ha deciso per il non luogo a procedere per i dieci indagati nell’inchiesta, anche se resta il mistero delle motivazioni di un furto così inconsueto.

Dalla perdita della privacy ai rischi del bioterrorismo
C’è senza dubbio un problema di privacy, oltre che di destinazione finale del materiale genetico trafugato. Secondo uno studio californiano, come spiega Giustina Didonato in un suo articolo uscito su Ingegneria Biomedica “La facilità con cui è possibile rubare l’intero genoma di una persona è impressionante […] è possibile rubare il DNA grazie alle onde sonore emesse dai dispositivi che vengono utilizzati nei laboratori. La nostra privacy è in pericolo e va difesa”.
La difesa del materiale biologico è un elemento essenziale, anche perché, in un modo o in un altro, riguarda tutti noi. L’ultima frontiera, la più pericolosa, è quella legata al bioterrorismo e alle guerre batteriologiche. Una deriva criminale che, purtroppo, ha una sua lunga tradizione. Ma questa è un’altra storia, di cui parleremo in altri post.
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